Dal primo prototipo al WHITE di Milano
Era il 2014. Alle spalle avevo mesi di prototipi buttati e una cosa che finalmente funzionava: la cornice ovale che tiene il cameo e te lo lascia cambiare in dieci secondi.
Sapevo che funzionava. Non sapevo se interessava a qualcuno oltre a me.
L'azzardo: il WHITE di Milano
Non cercavo una vetrina qualunque. Puntavo al WHITE, che è dove i buyer internazionali vanno a cercare la moda contemporanea prima che arrivi nei negozi. Ho fatto domanda per lo spazio dedicato ai designer emergenti, e sono stata selezionata.
Sono arrivata con tre borse: Zoje, Bavoll, Maraveja. Nomi bolognesi, e un materiale che per le borse non usava nessuno — fibra cellulosica, niente pelle. Il cameo intercambiabile c'era già, dal primo giorno.
Il clic
Allestire uno spazio con il tuo cognome sopra, la prima volta, è una faccenda che ti resta addosso. Ma la cosa che ricordo meglio è successa dopo, quando hanno aperto le porte.
I buyer passano davanti a migliaia di borse in tre giorni: guardano, toccano, vanno avanti. Davanti al banco si fermavano, tiravano la cornice, sentivano i tre scatti, e la rimettevano a posto. Poi lo rifacevano una seconda volta.
Non era il materiale a fermarli. Era il fatto che la borsa cambiava tra le loro mani.
Il ritorno a Bologna
Da quella fiera sono tornata con i primi ordini e con una cosa che prima non avevo: la prova che l'idea reggeva fuori dal mio laboratorio.
L'anno dopo è nata la Night, la prima in pelle, e ho aperto il negozio in Via d'Azeglio. I primi ordini fuori dall'Italia sarebbero arrivati nel 2018, dalla Russia e dagli Stati Uniti.
Ma la cornice che quei buyer hanno tirato nel 2014 è la stessa di oggi. La misura non è mai cambiata.